“Ciao, sono Assan (Nome di fantasia), ho 19 anni e vengo dal Pakistan. Sono arrivato in Italia da sette mesi e sto imparando l’italiano da cinque. Nel mio paese ho studiato per dodici anni per diventare tecnico informatico e lavorare nel negozio di elettronica della mia famiglia.

In Pakistan sono stato fortemente discriminato a causa della mia religione: io e la mia famiglia siamo musulmani sciiti e alcuni anni fa i talebani Wahabiti, un gruppo di fanatici sunniti molto violento e corrotto, hanno iniziato ad obbligarci a pregare solo in casa. E io mi chiedevo, perché fanno ciò? Questa è la mia vita, non la loro. Non hanno il diritto di decidere per me. All’inizio i loro ammonimenti non erano un gran problema, i richiami si potevano ignorare una, due volte, ma quando hanno iniziato ad insistere tutti i giorni, la situazione é diventata insopportabile.

Ci sono circa quaranta fedeli sciiti nella mia città e, ogni volta che invitavo altra gente a pregare in casa mia, questo gruppo di talebani mi minacciava dicendomi che dovevo pregare da solo. Poi la situazione é peggiorata ulteriormente: hanno cominciato ad obbligarmi a vivere chiuso in casa. Io dovevo uscire tutti i giorni per andare in negozio: senza lavoro, non avrei guadagnato e non avrei potuto mangiare! Allora ho provato a rivolgermi alla polizia per avere tutela contro le minacce di questo gruppo violento, ma, essendo questa molto corrotta, faceva finta che non esistesse alcun un problema.

Col passare dei giorni i talebani hanno iniziato a farmi sempre più pressioni, tanto che mia madre era costretta a dire che non ero in casa, quando venivano a cercarmi. Non potevo più vivere in libertà e al sicuro e questa situazione mi rattristava. Mia madre allora ha iniziato a suggerirmi di lasciare il Pakistan e di cercare una vita più sicura in un altro paese. Io non volevo lasciare lei e la mia famiglia, non volevo essere solo, ma lei insisteva, pur sapendo che la mia partenza sarebbe stata molto difficile.

Alla fine mi sono convinto ad andare a Islamabad per qualche giorno. Anche questa città era sotto il controllo dei talebani Wahabiti, i quali, essendo in possesso di una mia foto, mi hanno riconosciuto e hanno continuato a perseguitarmi in quanto sciita. Allora ho dovuto lasciare anche Islamabad: la mia vita non era più al sicuro in Pakistan.

Il mio lungo viaggio verso l’Europa è stato incredibilmente pericoloso e difficile. Dal mio paese sono andato nella regione del Taftan, poi in Iran e, dopo aver attraversato la Turchia, sono arrivato in Grecia. Il tutto percorrendo migliaia di chilometri a piedi, senza cibo, esposto a tutto. Dalla Grecia ho raggiunto la Macedonia con un viaggio di quattro ore su una barca piccolissima che trasportava 45 persone. Una volta approdato nel paese, ho attraversato a piedi le montagne per dieci giorni, viaggiando solo di notte per sfuggire alla polizia e ai militari. Durante il mio percorso ho visto un numero impressionante di morti e fra questo vi erano anche bambini. Ho viaggiato in un gruppo persone in fuga come me, ma la loro compagnia non mi impediva di sentirmi solo: mancava acqua, mancava cibo, e ognuno pensava solo alla propria sopravvivenza. Sono infine giunto in Ungheria, dove ho avuto non pochi problemi con la polizia, e da lì ho attraversato l’Austria per arrivare poi nel territorio italiano. Inizialmente ero molto triste in Italia: dopo un viaggio così difficile avevo perso la gioia di vivere, ma ora sono davvero contento di conoscere nuove persone e di farmi nuovi amici in questa terra che spero sarà la mia nuova nazione.”.

Elena Tribbia

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