Negli ultimi mesi si è ampiamente discusso a proposito del fenomeno della Brexit, votata dai cittadini inglesi con il referendum del 23 giugno 2016. Il risultato ha portato all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, di cui faceva parte dal 1973, quando ha aderito alla CEE. Il referendum, proposto dal primo ministro David Cameron, è stato fortemente sostenuto dal leader euroscettico dell’Ukip, Nigel Farage, il quale, in seguito alla vittoria del Leave, ha dichiarato il 23 giugno come Indipendence Day. Ciò che è accaduto in Gran Bretagna, tuttavia, non sembra corrispondere ad un sentimento esclusivo degli Inglesi. Infatti, a seguito della Brexit, anche altri Paesi accarezzano l’idea di indire un referendum popolare per uscire dall’Ue, tra cui alcuni dei primi aderenti all’Unione, come la Francia, l’Olanda e l’Italia, ma anche Paesi di recente ingresso, come l’Ungheria e la Polonia, che hanno beneficiato abbondantemente sul piano economico dei contributi europei. Tutto questo porta quindi a pensare che l’Unione europea non rappresenti più un sogno per nessuno.

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Ma quali sono i motivi di questo euroscetticismo? Perché i cittadini inglesi hanno votato a favore della Brexit? Si potrebbe forse pensare ad un desiderio di riconquista della sovranità nazionale, che si stava lentamente perdendo con il trasferimento dei poteri decisionali a Bruxelles. Oppure alla necessità di controllo dei confini inglesi, dovuto al picco massimo di immigrazione raggiunta in Gran Bretagna negli ultimi anni (300.000 immigrati solo tra il 2014 e il 2015, secondo dati del Ministero degli Interni), che ha portato al desiderio di svincolarsi dalle regole imposte dall’Unione in questo settore. Tuttavia, ciò che in primo luogo ha spinto i cittadini britannici a votare per il Leave è stata la situazione economica precaria. Infatti, il Regno Unito ha attraversato un periodo di austerità a partire dalla crisi finanziaria del 2008, con famiglie a basso e medio reddito che hanno parecchio sofferto i tagli della spesa pubblica compiuti dal governo. Questa crisi ha portato ad una paura condivisa per il futuro lavorativo e al pregiudizio, diffuso anche in altri Paesi europei, secondo cui l’aumento degli stranieri avrebbe sottratto ai cittadini inglesi delle opportunità lavorative, avrebbe dimezzato gli stipendi e i servizi pubblici. È da qui che deriva il sentimento anti- immigrazione e quindi una parte dell’euroscetticismo.

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Tuttavia, non tutti i sudditi britannici hanno votato compattamente per il Leave. Infatti, secondo i dati raccolti da YouGove, sono stati il 55% dei cittadini tra i 50 e i 64 anni e il 60% degli over 65 a votare affinché il Regno Unito uscisse dall’Unione europea. Forse memori di quando la Gran Bretagna era ricca, temuta ed omogenea, hanno creduto di poter tornare a quei tempi semplicemente uscendo dalla Comunità europea. Al contrario, il Remain è stato sostenuto dal 75% dei britannici tra i 18 e i 24 anni e dalla maggioranza dei cittadini tra i 25 e i 49 anni, nati e cresciuti in mondo unito di cui sono parte integrante e integrata, grazie alla libera circolazione di persone tra i Paesi membri e ai programmi di scambio proposti dall’Ue, quali l’Erasmus. La volontà dei giovani di rimanere nell’Unione europea rappresenta il valore e l’importanza che ancora appartengono a questa istituzione, fortemente desiderata da personalità quali Robert Schuman, Alcide de Gasperi e Altiero Spinelli per inseguire un desiderio di unione e condivisione tra Stati. Tuttavia, il fenomeno della Brexit testimonia che l’Unione è in crisi e ha urgentemente bisogno di miglioramenti e di nuovi provvedimenti, soprattutto nel settore bancario, economico e dell’immigrazione, che possano far risorgere quel sogno comune di pace e collaborazione che ha portato alla sua nascita nel 1957.

Debora Ghezzi

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