Il Ministro Giannini, prima di uscire di scena, aveva firmato il decreto “Scuola Breve” per il quale nel 2017 saranno più numerosi i licei italiani a proporre un corso di studi che permetta di ottenere il diploma in 4 anni invece di 5. Il progetto è già stato sperimentato in alcuni istituti, ma verrà istituito un bando per permettere di allargare il numero di istituti coinvolti. Con questa riduzione del numero di anni è possibile per gli studenti italiani conseguire il diploma a 18 anni, come accade in alcuni paesi europei, e trovarsi così in pari rispetto agli studenti di altre nazionalità per quanto riguarda l’ingresso all’università. Nonostante l’aspetto allettante della proposta, sorge subito spontanea la domanda: come si può svolgere il programma di cinque anni in quattro?

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Le circa mille ore che gli studenti devono recuperare vengono definite dagli stessi licei che si iscrivono al bando, che devono proporre un’offerta formativa per conciliare i programmi con la riduzione della durata del liceo. Il mantenimento dell’eccellenza diventa di difficile armonizzazione con la presentazione di un piano di studi che non risulti troppo “pesante” per gli studenti, che dovrebbero lavorare molto più velocemente per gestire le ore di studio a scuola e a casa, e, quindi, sembra di difficile attuazione. L’importante passo avanti verso l’integrazione con i sistemi europei viene sostenuto anche dall’intenzione di un cambiamento del modello d’insegnamento tradizionale: con il liceo in quattro anni si vuole infatti abbandonare la didattica frontale in favore di un modello che segua l’idea di una didattica laboratoriale e sia in continuo aggiornamento, sostenuto da un ampliamento dell’utilizzo delle tecnologie e dell’importanza delle lingue straniere. Infatti alle scuole viene chiesto di presentare progetti innovativi che comprendano esperienze di dibattito e discussione delle proprie opinioni, progetti internazionali e scambi con l’estero, lavoro a classi aperte, l’utilizzo di strumenti tecnologici, un maggior uso dei laboratori, il potenziamento dell’alternanza-scuola-lavoro e del “Clil”.

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La “Scuola Breve” presenta però anche la non trascurabile necessità di classi non troppo numerose e ben equilibrate, che permettano al progetto di proseguire senza intoppi, e richiede quindi una forte selezione degli studenti in grado di proseguire il corso di studi, che devono avere una notevole capacità di organizzazione dal punto di vista dello studio. Oltre alla didattica, questo decreto porterebbe ad una riduzione del numero di insegnanti, permettendo di sopperire alla mancanza di fondi per la scuola pubblica, andando però in direzione completamente opposta a quella della creazione di un organico potenziato e creando una mancanza di posti di lavoro difficilmente risolvibile.

Per quanti dubbi la “Scuola Breve” possa suscitare, il progetto prenderà vita il prossimo settembre, e solo nel giro di qualche anno potremo capirne veramente gli aspetti positivi e i difetti.

Sofia Burini

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